Vi è mai capitato di andare una volta in un posto e sentirvi profondamente ispirati, poi tornarci con la speranza e l'aspettativa di essere altrettanto produttivi e rimanere estremamente delusi?
A me sì.
Proprio oggi, proprio ora.
E la cosa devastante è che mi sta capitando qui a San Giuliano.
A casa mia.
Nel posto in cui solitamente traggo ispirazione da qualsiasi cavillo mi capiti sottomano.
Stasera, scorrendo con lo sguardo la mia libreria, pensando a una mezza conversazione avuta con la vicina, o alle chiacchiere casuali ascoltate in pizzeria, ho pensato: “Ho un vuoto.”
Niente.
Qualsiasi accenno di riflessione mi sembra banale.
Ogni guizzo di pensiero appare sterile.
Nemmeno ripensare ai podcast di Barbero che mi hanno accompagnata per 388 km è stato utile.
Ho cercato spunti in Pirandello e Flaubert, nel giudice Falcone, in Carofiglio e in Zusak. Ho addirittura pensato di scomodare sua maestà Walt Disney, ma questa sera il mio intelletto proprio non è di aiuto.
In fondo è tutta una questione di chimica: la mente aveva già immaginato l'incantesimo dell'ispirazione prima ancora che varcassi la soglia, lasciandomi poi a mani vuote. I neuroscienziati lo chiamano prediction error: l’amaro divario tra la ricompensa che il cervello pregustava e la realtà che ti si para davanti. Un cortocircuito fisiologico in cui l'aspettativa brucia la sorpresa e trasforma un momento di legittimo riposo in una percezione di fallimento.
Cosa fare, quindi?
Sto avendo una crisi creativa?
Com'è possibile, se l'altro ieri parlavo di storia contemporanea con un 19enne e ieri infiammavo la casa di lavori manuali con colle, acrilici e acquerelli?
Uno sbadiglio, poi due…
Ma non sarà che forse sono stanca?
Potrebbe essere che dopo una sveglia presto, l'ennesima, un sonno non troppo ristoratore, cinque ore di viaggio e molti podcast dopo, io sia stanca e non abbia la lucidità di pensare e argomentare qualcosa?
L'inganno più grande, del resto, è credere che la mente possa viaggiare a ritmi diversi dal corpo. Pretendere la scintilla creativa dopo tante ore di strada e sveglie all'alba significa chiedere a una macchina a riserva di correre in pista. Quando la stanchezza azzera le difese, l'aspettativa diventa solo una trappola: chiediamo prestazioni da campioni a un fisico che sta solo elemosinando il permesso di spegnere la luce.
Un tempo forse mi sarei colpevolizzata, oggi no. Oggi penso che non c'è fretta: le idee arriveranno e il mio spiccato spirito critico (che per molti rasenta il polemico), dopo una bella dormita, tornerà più carico che mai.
Ma poi, chi lo dice che bisogna essere sempre produttivi? Sempre performanti?
Se potessero parlare, Walt Disney mi consiglierebbe di spegnere le luci del castello e andare a dormire, Flaubert mi direbbe di posare la penna e Rossella O'Hara mi darebbe la risposta definitiva: domani è un altro giorno.