Oggi ho deciso di parlarvi di The Leftovers, una serie tv un po’ particolare, non solo perché è riuscita ad iniziare e concludere il proprio arco narrativo in tre stagioni (dal 2014 al 2017), ma anche perché è attualmente disponibile in Italia sia su Timvision che su HBO max.
Prima di parlarvene, però, ho bisogno che faceste un gioco di immaginazione: una mattina vi svegliate e scoprire che il mondo è ancora lì, esattamente come lo avete lasciato, ma qualcosa di irreparabile è successo. Il 2% della popolazione mondiale è scomparso nel nulla. Nessun indizio, nessuna spiegazione, nessuna certezza a cui aggrapparsi. E voi siete ancora qui. Che cosa fareste?
È da questa premessa tanto semplice quanto devastante che prende le mosse The Leftovers. Ma se vi aspettate una serie concentrata sul mistero della sparizione, preparatevi a cambiare prospettiva. Perché il racconto non è incentrato su dove siano finite le persone scomparse, ma preferisce mostrarci che cosa succede a quelle rimaste.
E qui comincia il bello. O il brutto. Effettivamente entrambe le prospettive sono veritiere.
Pensateci: come si continua a vivere quando il micromondo che conoscevamo perde improvvisamente una sua parte? Come si affronta un dolore che non ha spiegazioni, una perdita che non permette nemmeno di elaborare un addio? Alcuni trovano rifugio nella fede, altri si aggrappano alla rabbia, qualcuno crea nuove certezze o, semplicemente, prova a sopravvivere un giorno alla volta. Ciononostante, tutti sembrano non avere davvero gli strumenti per affrontare quello che è successo e forse è proprio questo a rendere i personaggi così umani.
La serie non fa sconti: è dolorosa, a tratti spiazzante, spesso inquieta. Non sempre offre appigli rassicuranti e non ha alcuna fretta di accompagnarci verso risposte facili. Eppure, proprio quando sembra volerci lasciare all’oscuro, riesce a trovare spazio per momenti di una delicatezza disarmante. The Leftovers alterna disperazione e assurdità, silenzi pesantissimi a improvvise esplosioni emotive, ricordandoci che anche nelle situazioni più tragiche l'essere umano continua a essere lo stesso: contraddittorio, egoista, fragile, capace di gesti incomprensibili e talvolta disarmanti.
In The Leftovers è presente anche una forte componente mystery. Nel corso delle stagioni, infatti, la serie semina domande, suggerisce possibilità, alimenta interpretazioni. Ma non sembra mai davvero interessata a trasformare ogni interrogativo in un enigma da risolvere. Il mistero è il punto di partenza, non necessariamente il traguardo. Quello che conta è il modo in cui ciascuno cerca di convivere con l'ignoto.
Forse è anche per questo che considero The Leftovers una serie sottovalutata: chiede allo spettatore di lasciarsi coinvolgere, senza pretendere di avere tutto sotto controllo. Non è una visione sempre facile, né una serie da guardare distrattamente. Ma se le si concede il tempo necessario, sa ripagare con una profondità emotiva rara. Del resto, The Leftovers non parla soltanto di chi scompare, ma di chi deve imparare a vivere dopo la scomparsa. E di quanto sia difficile andare avanti quando non esiste una spiegazione capace di rimettere ogni cosa al proprio posto.
Se cercate una serie che vi consegni tutte le risposte, non sono sicura che sia la serie giusta per voi, ma se amate le storie che lasciano domande, emozioni e qualcosa su cui riflettere, secondo me vale la pena di recuperarla (sono solo ventotto episodi, dai!). A volte non serve capire tutto, ma imparare a restare.