Qualche mese fa, durante una strana congiunzione astrale che mi ha lasciato senza nuove serie tv da seguire, mi sono ritrovata a iniziarne ben tre, più o meno circa quasi in contemporanea.
Così, ancora una volta, è tornata a galla la mia inconscia suddivisione tra serie che mi intrattengono, serie che mi appassionano e serie che, una volta finito un episodio, mi fanno rimanere qualche minuto davanti allo schermo con la sensazione che ci sia qualcosa di profondamente spiazzante in quello che ho appena visto.
Severance appartiene decisamente alla terza categoria.
La premessa, sulla carta, è semplice e, se state temendo una serie dalla trama complicata, non è questo il caso.
Alla Lumon Industries alcuni dipendenti hanno scelto di sottoporsi a una procedura chiamata "severance" (scissione), che separa i ricordi della vita lavorativa da quelli della vita privata. In questo modo, quando i dipendenti entrano in ufficio non ricordano più nulla di ciò che è la loro vita al di fuori del posto di lavoro, mentre quando escono dalla Lumon non hanno alcun ricordo di ciò che hanno fatto durante la giornata lavorativa.
Due vite perfettamente separate, vissute dalla stessa persona.
O, meglio, da due persone che condividono lo stesso corpo.
È proprio qui che la serie comincia a diventare molto più interessante della sua premessa distopica. Perché Severance non usa questa idea soltanto per costruire un mistero, ma la utilizza per porci una domanda apparentemente semplice, ma in realtà parecchio scomoda: se non ricordiamo una parte della nostra vita, quella parte smette di appartenerci? E se una parte di noi può essere privata della possibilità di scegliere, siamo ancora davvero la stessa persona?
La storia ruota soprattutto attorno a Mark, interpretato da Adam Scott, un uomo che lavora alla Lumon e che ha scelto la procedura della scissione per ragioni che scopriremo poco alla volta. Accanto a lui ci sono Helly (Britt Lower), Dylan (Zach Cherry) e Irving (John Turturro), tre colleghi molto diversi tra loro, ma accomunati dalla stessa condizione: le loro versioni "interne", quelle che esistono esclusivamente tra i corridoi della Lumon, non conoscono nulla del mondo esterno e della persona con cui condividono il corpo.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti della serie: per loro l'ufficio non è semplicemente il luogo in cui lavorano. È letteralmente il mondo intero.
Non hanno una casa a cui tornare, amici da incontrare, ricordi d'infanzia da evocare o una domenica da trascorrere sul divano. Per la loro coscienza, la vita comincia quando entrano in ascensore, finisce quando ne escono ed è confinata esclusivamente ai colleghi o ad altri dipendenti come Milchick (un istrionico Tramell Tilman), Ms Casey (Dichen Lachman) o Ms Cobel (Patricia Arquette).
E qui arriva uno dei paradossi più inquietanti di Severance: quello che per noi è "un lavoro dalle nove alle cinque", per loro è l'intera esistenza e la Lumon è il luogo perfetto per mettere in scena questo paradosso. L'azienda è immensa, impersonale e stranamente fuori dal tempo. I corridoi sembrano non finire mai, gli uffici sono geometricamente perfetti e l'arredamento ha qualcosa di volutamente antiquato e artificiale. Tutto è pulito, ordinato, controllato.
E soprattutto è bianco.
Un bianco quasi accecante.
L'interno della Lumon è immerso in una luce fredda e uniforme che sembra cancellare qualsiasi ombra. Non ci sono finestre che permettano di orientarsi davvero, non c'è un normale rapporto con il giorno e la notte e non c'è quasi nulla che suggerisca il passare del tempo.
Poi usciamo dall'edificio.
E il mondo cambia completamente.
L'esterno è spesso scuro, notturno, illuminato da lampioni, fari e luci calde che sembrano appartenere a un'altra realtà. È un mondo molto più umano, irregolare e imperfetto rispetto alla perfezione quasi clinica della Lumon.
Il contrasto è talmente netto da sembrare quasi simbolico: dentro c'è la luce, ma manca la libertà; fuori c'è il buio, ma esiste la possibilità di scegliere.
E non è l'unico contrasto su cui la serie costruisce il proprio fascino.
La Lumon parla continuamente di benessere, di equilibrio, di valori aziendali e di soddisfazione dei propri dipendenti. Organizza piccole celebrazioni, distribuisce premi assurdi e trasforma il lavoro in una successione di rituali motivazionali. Tutto dovrebbe essere misurato e rassicurante.
E proprio per questo diventa inquietante, non è vero?
Perché dietro quella patina di gentilezza e di efficienza c'è una domanda che continua a insinuarsi: che cosa stanno facendo realmente quei dipendenti?
È una domanda che lo spettatore si pone insieme ai personaggi, in fondo.
E più la serie procede, più il mistero si allarga. Chi è davvero la Lumon? Qual è lo scopo del lavoro che viene svolto nei suoi uffici? Perché quelle persone hanno accettato di separare le proprie vite? E soprattutto, quanto controllo ha davvero un individuo sulla propria esistenza quando una parte di lui non può nemmeno sapere che cosa accade all'altra?
Severance riesce a fare una cosa piuttosto rara: trasformare una premessa distopica — qualcuno direbbe anche fantascientifica — in una riflessione estremamente concreta sul nostro rapporto con il lavoro e con noi stessi.
Perché, a pensarci bene, la "scissione" non è poi un'idea così aliena.
Anche noi separiamo continuamente le nostre vite. Abbiamo il ruolo professionale, quello familiare, quello sociale. Sappiamo che cosa mostrare ai colleghi e cosa lasciare fuori dalla porta del posto di lavoro. Cerchiamo di non portare a casa i problemi del lavoro e di non portare a lavoro quelli di casa.
Ecco, la Lumon prende questa normale capacità di compartimentare la nostra esistenza e la porta all'estremo: elimina completamente il confine tra le due parti, trasformandolo in una separazione fisica e irreversibile.
Ed è proprio allora che la domanda diventa davvero interessante.
Se potessimo cancellare dalla nostra giornata tutto ciò che ci pesa, lo faremmo?
Se potessimo vivere otto ore al giorno senza ricordare il dolore, la noia, la frustrazione o il lutto che ci aspettano fuori, sarebbe davvero un vantaggio?
E se quella parte di noi, quella che vive quelle otto ore, fosse costretta a subire tutto senza sapere che esiste un "fuori"?
La serie non ha fretta di rispondere.
Anzi, una delle sue caratteristiche più evidenti è proprio la lentezza con cui costruisce il proprio mondo, mostrandoci gli innies (ovvero coloro che vivono solo durante le ore in ufficio) e gli outies (coloro che vivono fuori dalla Lumon) fin quasi a farceli percepire come due persone differenti… per quanto nello stesso corpo.
Severance non è una serie che distribuisce spiegazioni a ogni episodio (non credo mi sarebbe piaciuta così tanto, se l'avesse fatto). Preferisce lasciare piccoli dettagli sul percorso, ripetere gesti e rituali, creare silenzi, mostrare corridoi apparentemente identici e lasciarci il tempo di chiederci che cosa stiamo guardando davvero.
A volte basta una porta.
Un ascensore.
Una frase apparentemente insignificante.
Uno sguardo che dura qualche secondo più del necessario.
Un modo di camminare.
E qualcosa che sembrava perfettamente normale improvvisamente smette di esserlo.
È anche per questo che parlare troppo della trama rischierebbe di rovinarne una parte del piacere. Severance è una di quelle serie che funzionano meglio quando si entra nel suo mondo sapendo il meno possibile. La sua premessa è già abbastanza assurda da incuriosire; tutto il resto è meglio scoprirlo insieme a Mark, Helly, Dylan e Irving.
Perché, mentre cerchiamo di capire che cosa sta succedendo alla Lumon, finiamo inevitabilmente per affezionarci alle persone che ci lavorano.
Mark è forse il personaggio attraverso cui entriamo più facilmente nella storia: apparentemente rassegnato, segnato da qualcosa che non conosciamo ancora del tutto e quasi anestetizzato dalla sua quotidianità. Helly, al contrario, entra nella Lumon con una ribellione immediata e ostinata che la rende, fin dal principio, una presenza impossibile da ignorare. Dylan porta nella storia una componente più ironica e imprevedibile, mentre Irving è forse il più fedele alle regole e ai rituali dell'azienda.
Sono quattro persone che, in circostanze normali, probabilmente non avrebbero mai avuto motivo di diventare amici.
Ma per le loro versioni "interne" non esiste un mondo esterno in cui cercare qualcun altro.
Esistono solo loro o quasi.
Ed è forse qui che Severance smette definitivamente di essere soltanto una storia sul lavoro e diventa una storia sull'identità e sulla necessità tutta umana di avere un contesto nel quale capire chi siamo.
La procedura della Lumon è solo il punto di partenza, quindi, ve lo dico. Quello che c'è sotto, invece, riguarda qualcosa che conosciamo molto bene: il modo in cui costruiamo la nostra identità, il rapporto che abbiamo con i nostri ricordi e tutto ciò che siamo disposti a sacrificare pur di non soffrire.
Quanto di noi è costituito dai nostri ricordi? Siamo ancora noi stessi quando ci viene sottratta una parte della nostra esperienza? Quanto siamo disposti a sacrificare pur di stare meglio? E soprattutto, possiamo davvero essere liberi se non conosciamo tutte le possibilità che abbiamo?
Sono domande enormi, che Severance non pretende di risolvere.
Preferisce lasciarcele lì.
Ed è probabilmente questo il suo pregio più grande.
Perché quando una serie riesce a farti discutere di quello che hai appena visto, a farti costruire teorie, a tornare mentalmente su una scena e a chiederti se quella frase significasse davvero quello che pensavi, significa che ha smesso di essere soltanto qualcosa da guardare.
È diventata qualcosa a cui pensare.
E Severance, con me, ha continuato a farlo anche quando lo schermo si è spento.
Quindi sì, guardatela.
Ma possibilmente senza cercare troppe informazioni prima di cominciare.
Entrate nella Lumon senza sapere esattamente cosa vi aspetta.
Prendete l'ascensore.
E vediamo quanto ci metterete a chiedervi una cosa molto semplice:
voi, al posto loro, lo avreste fatto?