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La nave di Teseo

Ci sono libri che compro appena li adocchio, basta che mi incuriosiscano.

E poi ci sono libri che corteggio per anni.

La nave di Teseo (S. per gli amici) apparteneva decisamente alla seconda categoria.

Lo conoscevo da tempo e, ogni volta che lo incontravo in libreria, finivo per fermarmi davanti alla sua custodia scura, quasi funerea, con quella grande S incisa e il sigillo di sicurezza (non scherzo, ce l’ha veramente). Lo guardavo, lo prendevo magari in mano e poi lo rimettevo al suo posto.

Tutto questo sino allo scorso dicembre, quando, durante uno dei miei ormai abituali momenti di autoregalazione, ho deciso che era arrivato il momento di smettere di corteggiarlo da lontano. E lì ho scoperto che quello che avevo visto tante volte esposto in libreria era soltanto una piccolissima parte di ciò che avevo comprato.

Perché dentro S. non c’è soltanto un libro.

Ci sono fotografie, lettere, cartoline, ritagli di giornale, documenti, appunti e persino mappe disegnate su tovaglioli di carta. Esattamente tutto quello che potete osservare nella foto: un piccolo archivio infilato tra le pagine di un romanzo. Del resto è così che ho capito anche perché chi possiede una copia di S. può avere il terrore che gli cada per terra visto che non basterebbe raccogliere il libro. Bisognerebbe rimettere in ordine tutto quello che c’è dentro.

Ma una volta superato il primo stupore, è arrivata una domanda molto più semplice e, almeno per me, decisamente meno banale: come si legge questo libro?

Perché S. non racconta una sola storia.

C’è innanzitutto La nave di Teseo, il romanzo attribuito al misterioso scrittore V. M. Straka, accompagnato dalle note del suo traduttore, F. X. Caldeira. Al centro del romanzo c’è S., un uomo senza memoria che si ritrova a viaggiare per mare alla ricerca di risposte sulla propria identità e sul suo passato. Una ricerca che lo porterà dentro una storia fatta di misteri, viaggi e personaggi sfuggenti.

Ma c’è anche una seconda storia, quella di Eric e Jen, due lettori che iniziano a comunicare proprio attraverso le annotazioni che lasciano a lato del testo. E quelle annotazioni non appartengono tutte allo stesso momento: i diversi colori degli inchiostri raccontano tempi diversi e fanno emergere la storia dei due poco alla volta, mentre il romanzo principale procede.

Come se non bastasse, infine, ci sono tutti gli altri elementi che si nascondono tra le pagine: fotografie, lettere, cartoline, ritagli, documenti. Oggetti che non sono semplicemente decorativi, ma diventano altri piccoli pezzi della storia.

Insomma: prima ancora di chiedermi cosa raccontasse, dovevo capire da dove cominciare. Perché le possibilità erano diverse. C'era chi suggeriva di leggere seguendo l'ordine cronologico delle annotazioni di Eric e Jen, cercando quindi di ricostruire la loro storia nel momento in cui era stata scritta. E c'era chi consigliava invece di procedere semplicemente nell'ordine naturale delle pagine, lasciando che le annotazioni e tutto il resto emergessero man mano. Non era una scelta così banale, perché le due storie seguono costruzioni diverse: La nave di Teseo ha il suo ordine narrativo, mentre quella di Eric e Jen si compone progressivamente attraverso le loro annotazioni, scritte in momenti differenti.

Io ho scelto la seconda strada.

Ho letto S. nell'ordine normale, pagina dopo pagina, lasciando che la storia principale procedesse e che, insieme a lei, emergessero anche le annotazioni e gli altri elementi nascosti tra le pagine. Quando non mi ricordavo qualche particolare della storia di Eric e Jen tornavo indietro a cercarlo.

Sì, lo so: io le cose semplici mai.

Ma forse è proprio questo uno degli aspetti che ho apprezzato di più di S.: non è un libro che si limita a raccontarti una storia, ma riesce a trasformare il lettore in una sorta di complice. Ho cercato di capire, sono tornata indietro, ho riletto annotazioni, ho osservato i dettagli e, inevitabilmente, ho iniziato a farmi domande. E più andavo avanti, più avevo la sensazione che ogni cosa potesse avere un significato. Un'annotazione apparentemente secondaria, una fotografia, una frase sottolineata, un piccolo dettaglio lasciato tra le pagine: tutto poteva diventare un indizio.

È anche per questo che credo sia difficile parlare di S. come si parlerebbe di un romanzo qualsiasi. È sicuramente un libro da leggere, ma è anche un oggetto da esplorare. E forse è proprio questa la sua caratteristica più affascinante: la storia non rimane confinata alle pagine. S. non è necessariamente un libro da “risolvere” mentre lo si legge. È un libro da attraversare.

E poi c'è una cosa che, personalmente, ho trovato bellissima: l'idea che due persone possano conoscersi, cercarsi e costruire qualcosa proprio attraverso le tracce che lasciano sulle pagine di un libro. In fondo, Eric e Jen fanno esattamente quello che facciamo noi lettori: cercano di dare un senso a qualcosa che hanno davanti, mettendo insieme pezzi che, all'inizio, sembrano non avere alcun legame. Li ho persino perdonati per essere venuti meno al primo comandamento di un lettore: il libro è sacro e non si pasticcia. Recita così, giusto?

Oggi quella custodia nera, con la sua grande S incisa, non la incontro più per caso tra gli scaffali di una libreria.

Mi guarda dalla mia.

E ogni tanto mi ricorda che alcuni libri vale la pena corteggiarli a lungo. Ma, prima o poi, bisogna anche avere il coraggio di portarli a casa.