Lo Zampino
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Fiori in Soffitta

Spesso, quando ci ritroviamo a leggere un libro dal ritmo narrativo lento e sostanzialmente privo di colpi di scena tendiamo ad abbandonarlo e passare al successivo; almeno, io faccio così. Eppure, credo ci sia un qualcosa di speciale perché un libro con queste caratteristiche riesca comunque a farmi trattenere il fiato e divorare una pagina dopo l’altra e, personalmente, mi è successo poche volte che mi sia imbattuta in un romanzo del genere.

L’occasione è stata data dalla recente pubblicazione di “Fiori in soffitta” di V.C. Andrews per la prima volta in Italia (ringraziamo Ne/oN Libri per questo), a distanza di ben quarantasette anni dalla prima edizione americana. Sin da subito, il romanzo è diventato un caso letterario internazionale, affermandosi nella narrativa gotica contemporanea ed ottenendo ancora più notorietà grazie alle due trasposizioni cinematografiche che ne sono seguite (Flowers in the Attic - 1987, regia di Jeffrey Bloom / Flowers in the Attic - 2014, regia di Deboras Chow, attualmente non disponibili in Italia*).

La storia segue le vicende dei quattro fratelli Dollanganger che, dopo la morte improvvisa del padre, sono costretti a trasferirsi nella maestosa Foxworth Hall di proprietà dei nonni materni. Una volta arrivati, gli adolescenti Chris, Cathy e i fratelli minori vengono confinati dalla nonna e dalla madre in soffitta e quella che doveva essere una breve permanenza si trasforma in una lunga e crudele prigionia. Tra umiliazioni e maltrattamenti, i Dollanganger dovranno imparare a proteggersi contando sull’unica cosa che gli rimane, la fede in un futuro migliore.

Fiori in soffitta è una storia che descriverei potente per molteplici aspetti. Non soltanto per una scrittura brillante, cruda e magnetica (merito anche dell’ottima traduzione) o per un prologo intenso e feroce con il quale si viene sin da subito contagiati dalla rabbia di Cathy (mi è bastato leggerlo in libreria per convincermi ad acquistare il libro). La potenza della storia risiede soprattutto nella maestria con cui l’autrice costruisce, pagina dopo pagina, un’atmosfera sempre più tesa, angosciante e, addirittura, claustrofobica al punto tale che diviene insopportabile persino la lettura stessa.

Alla fine di ogni capitolo viene da domandarsi “cosa mai potrebbe accadere di ancora più grave?” ed inesorabilmente C.V Andrews ci mostra quanto il limite della crudeltà possa essere spaventosamente superato nei rapporti familiari.

Gli eventi sono narrati esclusivamente attraverso gli occhi di Cathy, la sorella maggiore, e non si tratta di una scelta casuale. Limitando il punto di vista alla sua esperienza, la scrittrice assolve a due esigenze: coinvolgere pienamente il lettore e restituire comunque una ricostruzione sorprendentemente lucida e perspicace di tutto ciò che accade. Nondimeno, Cathy ci coinvolge in ogni sua sofferenza e vedere come la sua mentalità e personalità cambiano è impressionante e commovente.

Cathy è in assoluto la protagonista di Fiori in soffitta, ma, in realtà, ogni personaggio risalta a suo modo, anche quelli che rimangono nella penombra. O meglio, quelli che vivono al di là della porta e possiedono la chiave di quest’ultima: la madre e la nonna materna. Le carnefici risultano essere i personaggi più inquietanti. Da un lato vi è la madre che, attraverso le menzogne, la superficialità e l’assenza, offre un amore apparentemente genuino, ma in realtà egoista e corrotto e dall’altro vi è la nonna la quale, usando la fede religiosa come strumento di punizione e sopraffazione, infierisce sui ragazzi trasmettendo loro paura, colpa ed umiliazione.

Entrambe esercitano forme di violenza diverse, fisiche e psicologiche, finendo così col sovvertire l’archetipo dell’amore materno. Quello che dovrebbe essere l’amore incondizionato, nonché luogo di rifugio e protezione, diviene fonte di tradimento e di dolore ed è proprio questo che rende il romanzo profondamente disturbante.

Il male non proviene dall’esterno, ma nasce all’interno della famiglia e tramuta i suoi membri in “creature generate dal seme del Maligno, gettato nel terreno sbagliato, che [generano] nuovi frutti corrotti per perpetuare le colpe dei padri. E delle madri”

Il libro non presenta grandi colpi di scena; la Andrews non vuole sorprendere il lettore.

Al contrario, ciò di cui si ha il timore possa accadere, succede per davvero e l’ineluttabilità degli eventi è forse l’aspetto più straziante di tutta la storia.

Il dolore e l’impotenza provati dai protagonisti sono talmente vividi che il lettore viene trasformato, dapprima, in un testimone inerte e poi, alla fine, un reduce anch’esso della tragedia vissuta dai fratelli Dollaganger. Difatti, all’ultima pagina, sarà imperante un’unica domanda: e adesso? Cosa succede?

Fiori in soffitta è sì un racconto di sopravvivenza, ma proclama essere una promessa di vendetta e per scoprire se quest’ultima verrà mantenuta occorre attendere la pubblicazione del seguito, che spero avvenga il più presto possibile…

Sono molte le citazioni che meritano di essere evidenziate, ma tra tutte questa è quella che mi ha colpita di più:

Fissai il soffitto, che è il palcoscenico della mia danza e rimuginai sulla vita e sull'amore a lungo. E da ogni libro che avevo letto raccolsi un grano di saggezza che legai insieme in un rosario al quale credere per il resto della vita.”


Perché leggere Fiori in soffitta:

  • Se cerchi un libro dall’atmosfera gotica ed inquietante e ricco di scene disturbanti.
  • Se vuoi esplorare il sottile confine tra innocenza, desiderio e peccato.
  • Se ti incuriosiscono le dinamiche psicologiche tra vittima e carnefice.

*Nel 2022 Amazon Prime ha distribuito la miniserie Flowers in the Attic: The origin, che narra gli eventi antecedenti la storia dei fratelli Dollanganger.