Ci sono libri che appartengono a un'epoca e libri che, invece, sembrano trovare sempre un nuovo modo di parlare al presente. 1984 di George Orwell appartiene senza dubbio alla seconda categoria, nonostante l’abbia letto ormai… diversi anni fa.
Pubblicato nel 1949, il lavoro di Orwell è diventato uno dei romanzi più influenti del Novecento, a suo modo, non solo per la trama che racchiude. Eppure, ciò che ha sempre colpito di 1984 non è soltanto la sua notorietà o il passaparola tra lettori, ma il fatto che continui a riaffiorare ogni volta che si parla di controllo, censura o manipolazione dell'informazione. Basta aprire un social network, seguire un dibattito politico o leggere un titolo di giornale: prima o poi qualcuno commenterà con un "Sembra 1984".
Ma quanti, oggi, ricordano davvero cosa racconta quel libro?
La storia di 1984 segue Winston Smith, un uomo qualunque che vive in una società dominata dal Partito e dall'onnipresente Grande Fratello (vi ricorda qualche programma televisivo che ha preso ispirazione per il suo nome?).
All’interno del mondo distopico in cui si muove Winston, ogni gesto è sorvegliato, ogni parola può essere pericolosa e perfino il passato viene continuamente modificato per adattarsi alla versione dei fatti più conveniente al potere. È un mondo in cui la verità non è qualcosa da scoprire, ma qualcosa da costruire.
Ridurre 1984 a un semplice romanzo sulla sorveglianza, però, secondo me significa fermarsi alla superficie.
L'elemento a mio avviso più inquietante dell'opera, infatti, non sono i teleschermi, ma il controllo del pensiero. Orwell immagina la Neolingua, un linguaggio progettato per eliminare progressivamente le parole considerate "scomode". Meno parole significano meno sfumature e meno sfumature rendono più difficile formulare idee complesse. In altre parole, se non esistono le parole per esprimere un concetto, quel concetto diventa sempre più difficile persino da immaginare.
E questa, in fondo, è una riflessione che conserva una sorprendente attualità.
Oggi nessuno ci impone un vocabolario ufficiale, ma comunichiamo sempre più spesso attraverso slogan, titoli, post di poche righe e video di pochi secondi. La velocità con cui consumiamo le informazioni lascia poco spazio all'approfondimento, mentre gli algoritmi premiano i messaggi semplici, immediati e facilmente condivisibili.
Il risultato non è la censura nel senso tradizionale del termine, ma il rischio di perdere l'abitudine alla complessità.
Un altro tema centrale del romanzo riguarda la memoria. Nel Ministero della Verità, Winston si ritrova a riscrivere documenti e giornali così che il passato coincida sempre con la narrazione ufficiale. La frase "Chi controlla il passato controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato" è diventata dopotutto una delle citazioni più celebri del libro.
Naturalmente – e verrebbe da dire per fortuna - la nostra realtà è molto diversa da quella immaginata da Orwell, eppure esiste un parallelismo interessante anche da questo punto di vista. Oggi il passato raramente viene cancellato, ma a tratti viene piuttosto sommerso.
Ogni giorno siamo travolti da una quantità enorme di notizie, immagini e contenuti destinati a essere sostituiti nel giro di poche ore. In questo flusso continuo, ricordare diventa sempre più difficile. Non perché qualcuno ci impedisca di farlo, ma perché tutto corre troppo velocemente.
Forse è proprio questa la forza di 1984: non quella di aver previsto il futuro nei dettagli, ma di aver individuato alcuni meccanismi universali del potere e della comunicazione. Il romanzo non offre una profezia da confrontare con il presente – come spesso si è portati a fare - ma una lente attraverso cui osservare il rapporto tra verità, linguaggio e libertà.
Tra le tante citazioni rimaste nella memoria collettiva, ce n'è una che continua a colpire più di tutte:
"La libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro".
Non è una frase sulla matematica – ma va? - quanto più una riflessione sul diritto di riconoscere la realtà per ciò che è, anche quando sarebbe più semplice accettare una versione diversa dei fatti.
Forse è questo il motivo per cui, a quasi ottant'anni dalla sua pubblicazione, 1984 continua a essere letto, discusso e citato. Non perché il mondo sia diventato identico a quello immaginato da Orwell, ma perché ogni generazione ritrova nelle sue pagine domande che sembrano rivolte proprio a lei.
Ma in fondo il potere dei grandi classici non è esattamente quello di non smettere mai di parlarci? Cambiano i tempi, cambiano le tecnologie, cambiano le società. Ma certe domande restano sorprendentemente le stesse.
Ed è forse per questo che 1984 non è soltanto un romanzo da aver letto per poter mettere una spunta accanto al titolo. È un libro a cui vale la pena tornare, ogni tanto, per capire non solo il mondo di Orwell, ma (soprattutto) il nostro.