Per arrivarci, da Baku, ci vogliono poco più di quattro ore di macchina. Quel tanto che basta per ricordarsi che oltre alla città dei venti, cresciuta a dismisura grazie al petrolio, c’è un altro mondo. Sheki è lì, nel nordovest dell’Azerbaigian, a pochi chilometri dal confine russo. Lasciare Baku è la parte, concettualmente parlando, più difficile. Dopo settimane passate qui ci si dimentica che la natura, quella vera, non è quella che si trova nei parchi ben pettinati e perfettamente organizzati della città. Ci si dimentica che il vento può portare anche profumi di erba, di fieno, di fiori e di legna bruciata, oltre all’odore del cibo, quando si è fortunati, o a quello tristemente onnipresente di gas di scarico.
La periferia di Baku non si può dire che inviti a essere speranzosi: distese di grigio e marrone a perdita d’occhio, rese ancora più aspre dalle giornate uggiose. Ma basta un’oretta di strada e si raggiunge la regione vinicola di Shamakhi, dove tutto cambia. Il verde si fa più intenso, più brillante. Distese di vigneti, colline, l’aria più fresca. E ancora più avanti compaiono i prati, quelli veri, incolti. Anche le nuvole si diradano.
Quando si raggiunge Sheki si è davvero in un altro mondo. La città ha una storia millenaria e complessa, fatta di tradizioni e di culture che si accavallano e si sostituiscono. La sua posizione sulla Via della Seta ne ha fatto un luogo conteso tra Safavidi, Ottomani e Qajari, e nel XIX secolo la sua importanza nel commercio della seta era indiscussa. Le case venivano costruite con ampi sottotetti per conservare i bachi, che venivano poi venduti e usati nella produzione di sciarpe, tappeti e tessuti vari.
La meta preferita di chi viene a Sheki è il Palazzo del Khan, costruito come residenza estiva del Khan, il monarca, nella seconda metà del XVIII secolo. Si dice che l’intero palazzo sia stato costruito senza l’utilizzo di un chiodo, e la cosa lascia a bocca aperta. Soprattutto vedendo le finestre coloratissime, in cui le forme geometriche di piccole tessere di vetro colorato – di pochi centimetri ciascuna – formano pannelli immensi, ci si chiede come sia possibile. Per togliere ogni dubbio, però, basta visitare il workshop di vetreria non distante dal palazzo, dove un mastro falegname – qualifica e tradizione tramandata di padre in figlio – mostra ai visitatori come si realizzano le tipiche finestre della regione. Le shebekha sono infatti sistemi complessi di incastri che non hanno bisogno di chiodi, né di colla, per rimanere unite.
Ma la parte più interessante sta nei contrasti. Il Palazzo del Khan e la nota Chiesa Kish traboccano di turisti rumorosi, che starebbero bene nel caos di Baku, mentre le strade sono estremamente silenziose. Ed è qui che la vita di tutti i giorni si snoda tra le ampie vie selciate, con i colori sbiaditi dalle intemperie ma, allo stesso tempo, resi vivi dal passare del tempo. E la cosa più bella, forse, è proprio fermarsi a godere di questa vita, davanti a un samovar, la tipica teiera, o a un bicchiere di tè.