Il titolo di questo articolo potrà sembrarvi fuorviante per vari motivi.
Sicuramente il colossal di Christopher Nolan, attualmente nelle sale italiane ma che non ho ancora avuto modo di vedere, ha dato un forte input al mio ingegno. Anche il doppio significato che in italiano assume il termine odissea mi ha suggerito qualcosa: certamente in prima battuta la parola indica il poema omerico che narra le vicende avventurose che riportarono l’eroe dal multiforme ingegno sulle coste della sua amata Itaca. In senso figurato, invece, odissea indica un viaggio duro e faticoso oppure una situazione difficile e lunga da risolvere.
Ma non è dell’Odissea che vi voglio parlare. O meglio, non del poema in sé, né tantomeno di una situazione difficile, che pure non mancherebbe.
Ho pensato a questo titolo perché all’interno del poema di Omero uno dei temi fondamentali è quello di nostos (in greco antico νόστος; ritorno, ritorno a casa). E pensando alla storia di Ulisse che impiega 10 lunghi anni e innumerevoli peripezie pur di tornare a casa, mi sono chiesta: ma davvero per tutti tornare a casa è così bello?
Molto spesso il ritorno offusca il motivo per il quale siamo partiti.
Nel caso di Odisseo la causa fu la guerra. Per tanti, ancora oggi, la partenza è la guerra, ma di questo magari ne parliamo un’altra volta.
Pensando all’Odissea, ai viaggi e ai ritorni, mentre sono su un treno per tornare nella casa dove sono cresciuta, dopo sette mesi di assenza, mi sono ricordata di un testo che avevo iniziato a scrivere un paio di anni fa, come una sorta di terapia, di esorcizzazione dei luoghi in cui ero cresciuta.
Tra quelle righe risiedono alcuni dei motivi profondi che mi hanno spinta a partire, ormai tredici anni or sono, e che mi hanno fatto decidere di non tornare. Questi motivi sono lì, latenti, e ogni volta in cui torno, ogni volta in cui sono in treno o in auto e penso: “Come mai non ho mai pensato di tornare stabilmente?”, ogni volta, dicevo, quei motivi si palesano lì, mi prendono quasi a schiaffi e penso: “Ho fatto la scelta giusta, 13 anni fa. Non tornerei mai indietro.”
E dove vivevi, in un paese in guerra?, vi chiederete.
No. Fortunatamente no.
Nulla di così grave.
Conosco diverse persone che, dopo un periodo fuori, hanno scelto di tornare e che sono assolutamente felici e appagate della propria scelta.
Lungi da me il voler denigrare un posto che, con le dovute premesse e precauzioni, comunque amo.
Ma per farvi capire meglio lo stato dei luoghi e come io vedevo e vivevo il mio paese vi allego una parte dei miei scritti passati; a leggerli mi viene anche da sorridere, devo dire.
“2024.
Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.
(La luna e i falò, Cesare Pavese)
Quando mi chiedono da dove vengo, rispondo che il mio paese si chiama San Giuliano del Sannio: poco più di 900 abitanti sulla carta - compresa me, che non ci vivo dal 2013.
Sulla carta, San Giù è delizioso. C’è la piazzetta, la fontana con i pesci rossi, il Bar Sport, le tre chiese, le scuole, il minimarket. È il classico borgo curato che gli emigrati di ritorno in estate amano alla follia, vedendolo come quell'oasi incontaminata dove il tempo si è fermato e la vita scorre a misura d'uomo. Un posto idilliaco, da romanzo.
Ma qual è l’altra faccia della medaglia? Qual è il lato che nessuno mette in luce?
La risposta sta in una presa di coscienza che ho maturato nel tempo. A un certo punto, quando decidi di aprire il vaso di Pandora della tua vita, non puoi più far finta che certi nodi non esistano. Per cominciare a stare meglio, bisogna rimboccarsi le maniche e lavorare su tutto ciò che non ci soddisfa, partendo dalle convinzioni malsane dovute al condizionamento dell'ambiente in cui si è cresciuti. Come insegna il comportamentismo, i fattori ambientali sono l'elemento principe per la crescita dell'individuo.
E l'ambiente di San Giù è un microcosmo dove le dimensioni del paese sono direttamente proporzionali alla sua apertura mentale.
Lì tu non sei tu: sei prima di tutto il figlio o il nipote di qualcuno, marchiato a vita dai meriti o dai demeriti della tua dinastia. È un Grande Fratello di provincia dove la privacy non esiste, tutti sanno tutto di tutti (e se fumi una sigaretta di nascosto a Capodanno, tua madre lo sa otto ore dopo) e la condotta morale non si basa sul pensiero di Kant, ma sulle dicerie di paese. Cibo, auto, scelte di vita o di studio: tutto viene passato al vaglio da un giudizio collettivo, umorale e spietato.
Un giudizio che segue la sottile linea guida del "buon costume" radicata in gran parte del Sud a seconda della circostanza di nascere maschio (a) o femmina (b).
a) Se nasci maschio la regola prevede il seguente susseguirsi di azioni: studiare e trovare lavoro, donna della vita, costruire una casa, sposarti e ingravidare tua moglie più e più volte; comprare un’auto, cambiare auto in base al numero degli spermatozoi andati a segno, provvedere unicamente tu, in quanto essere umano di sesso maschile, al bene del tuo nucleo famigliare; lavorare fino alla pensione, verosimilmente arrivarci vivo o con leggeri acciacchi, diventare nonno, vivere qualche altro anno e, infine, morire, affinché sulla tua lapide possano scrivere “padre amorevole e presente”, “amico sincero e fidato”. Fine. Questo è quanto ci si aspetta da un uomo degno di questo nome che possa essere ricordato con piacere.
b) Per le donne la questione è decisamente più complicata e, se vogliamo, ancor più spietata. Il manuale del “buon costume” nostrano prevede che tu debba studiare - sì, ma senza esagerare con le ambizioni, che poi i maschi si spaventano -, sistemarti il prima possibile e diventare la colonna portante della casa, quella che manda avanti tutto in silenzio mentre fa finta che sia facile. Ti si chiede di essere impeccabile: una lavoratrice flessibile ma prima di tutto una devota custode del focolare. Ma il vero banco di prova, il vero "timbro di garanzia" sociale, resta la maternità. Dalle nostre parti, la realizzazione di una donna si misura quasi esclusivamente dal numero di culle che riesce a riempire. Se non fai figli - per scelta, per sfortuna o semplicemente perché la tua vita ha preso un'altra strada - per la società di provincia rimani una sorta di "incompiuta", tipo la chiesa di Venosa. Diventi l'oggetto di sguardi di pietà o di sussurri velenosi nei capannelli fuori dalla chiesa o al minimarket: "Poverina, non ne ha potuti avere", oppure "Chissà perché non ne vuole, che egoista". Non importa quanto tu sia realizzata sul lavoro, quanto valore porti nel mondo o che persona tu sia: senza la maternità vieni sistematicamente ridotta a una figura di serie B, una donna a metà a cui manca sempre "il pezzo forte" per essere davvero considerata e rispettata.”
Restare in un ingranaggio simile significa accettare che il tempo degli altri definisca il tuo.
In un posto dove la vita è pensata come un binario unico e prestabilito, ogni deviazione viene vista come un errore di percorso, mai come un'evoluzione.
Quando passi anni a respirare quest’aria, a un certo punto capisci che il mondo fuori corre, cambia e offre prospettive e forme di realizzazione che lì non sono nemmeno contemplate.
E allora andarsene diventa una questione di sopravvivenza identitaria.
Non si parte per scappare da San Giù, ma per andare incontro a sé stessi; per cercare uno spazio in cui misurarsi con il presente anziché rimanere incastrati in un passato che si ripete sempre uguale.
È questa ritrosia verso l'immobilità che, ogni volta in cui salgo su quel treno, mi ricorda, tra le altre cose, perché ho dovuto fare la valigia.
Alla fine, tornare a casa resta un’odissea dolce e faticosa al tempo stesso. Significa dover fare i conti con un posto che per te non ha più la stessa misura, ma anche ritrovare affetti - come mio padre - che, a modo loro, hanno imparato a capire e rispettare le mie scelte.
Alla fine capisci che Itaca non è più il posto in cui devi restare, ma un rifugio d'affetto in cui è bello tornare per qualche giorno, anche solo per ricordarti la libertà che ti sei conquistata e confermarti, ogni volta, di aver fatto la scelta giusta.