Non mi piace fare la valigia. Non mi piace preparare uno zaino, una borsa, una sacca riempita in fretta e partire. Non mi piace dover cercare gli scatoloni e non trovarli mai della giusta misura. Non mi piace metterci dentro tutti i miei vestiti, dimenticare perché conservo ancora certe cose e poi voler dare tutto via. Non sono brava a selezionare, né a prendermi tempo per farlo. Non sono brava con i traslochi, con l’ordine e con il metodo. Nonostante questo, ogni volta divento più capace a portare meno, ovunque vada. Metto tutto sul letto, poi tolgo quello di cui non ho bisogno, quello che posso comprare, quello che non mi servirà, quello che ho lasciato nell’armadio in casa dei miei genitori, quello che posso rubare dai cassetti di mia sorella, ormai rassegnata, e quello che: “Tanto abbiamo la stessa taglia, te lo presto io”.
Dico che non odio i traslochi, perché tutte le volte mi dimentico di quanto sia stato faticoso: smontare una camera, svuotare gli scaffali, mettere via i calendari e le fotografie, buttare gli scontrini, i biglietti dei treni e quelli dei posti che ho visto, aprire un barattolo di latta e trovarci dentro oltre trenta tappi di sughero, ognuno diverso, ognuno con una data da ricordare, e che poi ho dimenticato.
Mio padre un giorno mi ha fatto leggere una storia: I cammellini della memoria, un racconto scritto da Filippo Marinez, contenuto nella raccolta Altrove è l'unico posto possibile. Parla di un console che, ormai anziano, mentre sta facendo la doccia viene distratto da piccolissimi "cammellini", esseri che vivono nella sua mente e che, nel racconto, vengono turbati e travolti dal panico, fino a disperdersi.
Io ero già grande, eppure ci siamo commossi insieme. Quanto è fragile la memoria, quanto è difficile tenere tutto a mente. Quanto sono cambiate negli anni le storie che pensavo di conoscere a fondo. Quella sera, ho piegato il foglio che mio padre aveva stampato per me e l’ho chiuso in un cassetto, poi ho avuto paura. Era estate e c’era vento. Oggi non so più se quel racconto sia ancora nel cassetto e mi domando se davvero io l’abbia conservato o non semplicemente buttato via. È di nuovo estate, non c’è vento, ma io certe sere ho ancora paura.
Non l’ho buttato, quel barattolo di latta che avevo riempito di tappi di sughero. Ho cercato uno scatolone più grande e l’ho riparato come fosse un bene prezioso, poi l’ho spedito lì dove mi stavano aspettando. Dico che non odio i traslochi e forse mento a me stessa, e un po’ agli altri, per giustificare il fatto che, comunque, non riuscirei a rimanere nello stesso posto troppo a lungo. Mi piace cambiare casa, città, lavoro, paese, mi piacciono le possibilità a cui non voglio dire di no. Mi piacciono le persone, allo stesso modo in cui non mi piace doverle lasciare.
Quelle sere, quando i cammellini vogliono scappare dalla mia testa confusa, penso a quei tappi di sughero di cui non ricordo l’origine, al vino bevuto con gente appena conosciuta, poi diventata amica, a chi ho visto una sola volta, a chi è rimasto una presenza costante, a chi mi auguro lo faccia ancora e a chi probabilmente non si ricorda di me.
Non mi piace fare la valigia, è vero, e continuo a non sapere cosa metterci dentro. Ma mi sono accorta che ciò che mi serve è tutto fuori, e così il mio bagaglio, nonostante sia pieno di cose poco utili e spesso in disordine, è comunque più leggero.