Lo Zampino
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Vedere ma non capire: il vicolo cieco dell'analfabetismo funzionale.

Lo scorso marzo il popolo italiano é stato chiamato a votare un referendum sulla Giustizia.

No, non sarà un articolo sulla politica. E sì, abbiamo dei giuristi in redazione. No, probabilmente non parleremo di politica pura, in futuro. Ma non divaghiamo oltre.

Come sempre, parto da un dettaglio, da un esperienza, da un ricordo, una curiosità o da una domanda.

Prima del referendum, mentre lavoravo su un cantiere, mi sono ritrovata a parlare con un collega proprio della complessità della domanda referendaria, giudicata da noi come estremamente tecnica. E abbiamo fatto una considerazione: se un italiano, o un milione di italiani, non è in grado di comprendere il quesito per il quale è chiamato a votare, perché dovrebbe recarsi alle urne a esercitare un diritto-dovere costituzionale? Da qui, viene fuori la mia constatazione: "L'Italia é piena di analfabeti funzionali".

Analfabetismo funzionale: di questo parliamo oggi. Della curiosità su un fenomeno che non immaginavo esistesse, dei numeri allarmanti che ho trovato e di alcune delle problematiche relative a questo argomento.

Partiamo, anche oggi, dalla definizione:

L’analfabetismo funzionale è l'incapacità di una persona di comprendere, valutare e utilizzare in modo critico le informazioni scritte e i dati numerici nella vita di tutti i giorni.

A differenza dell'analfabetismo totale, chi ne è affetto sa leggere, scrivere e fare semplici calcoli, ma non riesce ad applicare queste competenze per risolvere problemi pratici o comprendere a fondo la realtà.

In sostanza, saper leggere e scrivere non implica, automaticamente, che una persona sappia comprendere quello che legge.

Sembra quasi un paradosso.

La definizione di analfabetismo funzionale fu coniata per la prima volta dall’UNESCO nel 1984 nell’ambito di un'indagine sui nuclei familiari: si poneva il problema del livello, piuttosto basso, di alfabetizzazione della popolazione. Non era sufficiente che le persone sapessero leggere e scrivere, esse dovevano utilizzare tali competenze nelle relazioni fra pari, all'interno della propria comunità e nelle situazioni socioeconomiche della vita.

Da una rapida ricerca sul web sembra che l'analfabetismo funzionale oggi si articoli su più piani.

  1. La prima difficoltà riguarda la comprensione superficiale. In questo caso la persona che legge non è in grado di comprendere il sottotesto, l’ironia o il significato profondo di ciò che legge.
  2. Il secondo punto riguarda la vulnerabilità verso le fake news, e diciamo la verità, tra IA e social networks oggi siamo letteralmente bombardati da false notizie. L’analfabeta funzionale, in questo caso, tende a condividere notizie dai titoli sensazionalistici senza verificare la veridicità della fonte.
  3. Nel terzo caso si presenta una circostanza che preclude la capacità di analizzare la realtà oltre la propria esperienza diretta o l’eventualità di considerare punti di vista alternativi. In breve, la mente si chiude in una sorta di "miopia cognitiva": non potendo astrarre i concetti, la persona riconosce come vero solo ciò che tocca con mano, diventando impermeabile al dialogo e a qualsiasi prospettiva diversa dalla propria.

Per quanto possa sembrare assurdo, tale condizione è estremamente diffusa nei paesi industrializzati; in Italia, secondo le stime dell’OCSE, il 30% circa della popolazione adulta si trova in una condizione di analfabetismo funzionale.

Ma cosa comporta, questa condizione?

Come anticipato nel punto numero 2, vi è una notevole difficoltà nel districarsi all’interno del mondo digitale. In secondo luogo, la problematica maggiormente riscontrata riguarda l'interpretazione di dinamiche economiche e politiche attuali.

Sul sito INVALSI open, invece, si parla di Competenza alfabetica funzionale, definita dalla Raccomandazione del Consiglio Europeo del 22 maggio 2018 come: “[...] la capacità di individuare, esprimere, comprendere, creare e interpretare concetti, sentimenti fatti e opinioni, in forma sia orale sia scritta, utilizzando materiali visivi, sonori e digitali, attingendo a varie discipline e contesti.”

Certamente centrali sono l’importanza del pensiero critico e la capacità di valutare informazioni e servirsene.

Se quindi comprendere gli altri e sapersi relazionare è il primo gradino della cittadinanza e apprendere a comunicare è il primo obiettivo alla base della convivenza civile, cosa succede ad una popolazione che non è in grado di comprendere e comunicare?

Succede, probabilmente, che si perde la bussola della propria libertà personale, diventando spettatori delle decisioni altrui.

Forse, allora, la vera sfida culturale di oggi non è più soltanto insegnare a decodificare le parole, ma riabituare le persone a non avere paura della loro complessità.