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Oltre le gambe c'è di più

In questi ultimi giorni si è fatto un gran parlare di gonne, gambe e centimetri di stoffa.

Questa non vuole essere una polemica politica, ma una riflessione storico-socio-culturale.

Perché a noi, e in particolare a me, piace conoscere la storia delle cose, come sono nate, quali cambiamenti hanno innescato e quali difficoltà hanno dovuto superare per affermarsi. Soprattutto se si tratta di simboli, soprattutto se si tratta di emancipazione.

Dopo questa dovuta premessa, veniamo a noi: oggi vi porto indietro nel tempo (non è forse quello che cerco di fare sempre?), nel fermento che caratterizzò gli anni Sessanta, per scoprire insieme la storia della minigonna.

La storia

Simbolo di libertà, provocazione e modernità, la minigonna nasce nella seconda metà degli anni Sessanta del secolo scorso: come anticipato, vi era in quel periodo un grande fermento culturale e sociale. Cambiarono gli stili musicali e artistici, cambiò la moda in uno spirito rinnovato di libertà e ribellione che voleva rompere drasticamente con il passato. In questo quadro generale cambiò la percezione delle giovani donne circa il loro corpo e il loro essere donna: iniziarono a sfidare le convenzioni sociali e a reclamare la loro autonomia; in che modo? Attraverso l'abbigliamento.

A portare la minigonna sulla scena internazionale fu la stilista Mary Quant, che nella sua boutique londinese, vendeva gonne la cui lunghezza si fermava ben al di sopra delle ginocchia.

Ma minigonna significa gonna piccola?

No, il nome di questo capo alternativo in realtà ha a che fare con la passione della Quant per l’autovettura Mini, simbolo di praticità e modernità.

Il capo ideato dalla stilista britannica si afferma come emblema di libertà ed emancipazione, diventando icona del cambiamento delle regole della moda; a un livello più profondo però, essa incarna la liberazione sessuale e il cambiamento delle aspettative sociali femminili.

Mettere in mostra le gambe era un'azione profondamente provocatoria, volta a sottolineare la rivendicazione di autodeterminazione cui ambivano le donne.

Non a caso la minigonna trovò ampio gradimento tra i movimenti femministi statunitensi degli anni Sessanta e Settanta.

Indossare la minigonna non significava soltanto sfidare le norme estetiche del tempo, significava sfidare la società patriarcale e reclamare la propria piena libertà.

In quel periodo quindi la minigonna divenne un’icona della lotta per l'emancipazione femminile, per la giustizia e parità di diritti.

Le modelle dell'epoca contribuirono alla diffusione del capo, ispirando milioni di donne nel mondo. Compresa l'ampiezza del fenomeno e il grande potenziale del capo, molti importanti stilisti come Yves Saint Laurent e Jean-Paul Gaultier reinterpretarono e inserirono la minigonna nelle loro collezioni.

Nei decenni successivi essa divenne una costante nelle sfilate di moda, portando freschezza, modernità ed eleganza sulle passerelle di tutto il mondo.

La minigonna è un capo assolutamente intramontabile che continua ad essere utilizzato oggi in numerosissime varianti.

Leggendo e scrivendo della storia della minigonna, ha iniziato a risuonarmi nella mente un motivetto: “Siamo donne, oltre le gambe c’è di più! Donne, donne, un universo immenso e più!”

È un brano del 1991, di Jo Squillo e Sabrina Salerno.

É il 2026, sono passati 35 anni, penso. Mi chiedo come mai dobbiamo ancora lottare per poter portare una gonna sopra il ginocchio ed essere considerate delle poco di buono, delle donne poco serie. Mi chiedo come mai sia necessario, ancora oggi, rimarcare e sottolineare come la gestione del mio outfit e del mio corpo poco ha a che fare con la mia serietà e/o professionalità.

Credo che continueremo a lottare, affinché i centimetri di stoffa possano essere sempre meno, senza essere giudicate.

Guardo i miei pantaloni da trekking, le mie scarpe antinfortunistiche che mi logorano i piedi, il mio viso struccato e penso che forse è il caso di andare a fare shopping.

Me lo diceva mia madre: “Falle vedere ora che sei giovane le gambe che sono più belle!”. Forse aveva ragione, ma anche a 30 anni andrà bene mostrarle un po' di più.