Gli americani hanno inventato il fast food e, in un certo senso, anche il fast benessere: un sintomo, una prescrizione, una soluzione immediata. Noi italiani li abbiamo guardati per anni quasi con aria di superiorità, convinti che certe esagerazioni non ci appartenessero. Poi abbiamo iniziato a riempire i comodini di ansiolitici, antidepressivi e integratori per l'umore, continuando però a raccontarci che è tutta un'altra storia.
Eppure la differenza non è così netta come sembra. Negli Stati Uniti circa un adulto su sei assume farmaci per la salute mentale. In Italia il fenomeno è più difficile da quantificare in un'unica cifra, ma l'andamento delle diverse classi di psicofarmaci mostra una crescita costante del ricorso a questi trattamenti negli ultimi anni (fonte).
Negli Stati Uniti, tuttavia, parlare di salute mentale è diventato relativamente normale. Psicologo e psicoterapeuta fanno parte del vocabolario quotidiano almeno quanto il medico di famiglia, un approccio che da noi, di contro, fatica ancora a trovare il suo spazio.
La vera differenza, forse, non è nel contenuto della confezione, ma nel modo in cui la società guarda a chi la apre. Negli Stati Uniti il disagio rischia talvolta di essere affrontato con la rapidità con cui si risolve un problema tecnico: c'è un sintomo, troviamo il trattamento. In Italia, invece, condizioni come la depressione continuano spesso a essere accolte da una platea di esperti improvvisati pronti a spiegare che basta uscire di casa, fare una passeggiata o pensare positivo.
Così, mentre gli statunitensi vengono spesso descritti come una società incline al pill popping, cioè al ricorso disinvolto ai farmaci, noi rischiamo talvolta di banalizzare il problema. Due approcci diversi che, paradossalmente, partono dalla stessa difficoltà: accettare che la sofferenza psicologica sia una questione complessa, che non sempre si risolve né con una pillola né con una pacca sulla spalla.
Forse la domanda non è chi stia sbagliando di più. Forse vale la pena chiedersi perché alcune condizioni psicologiche continuino a metterci così a disagio. Da una parte c'è la tentazione di ridurle a una questione clinica da risolvere il più rapidamente possibile; dall'altra quella di considerarle una debolezza passeggera che si supera con un po' di buona volontà. In mezzo resta una realtà più scomoda: la sofferenza mentale esiste, riguarda milioni di persone e raramente si lascia spiegare da una sola causa o da una sola soluzione.
E magari è proprio questa complessità a renderla difficile da accettare. Perché richiede tempo, ascolto e percorsi che non sempre sono lineari, difficilmente riassumibili in una prescrizione o in uno slogan motivazionale.