Lo Zampino
Lo Zampino

Ci sentiamo, ma a settembre

“Ci sentiamo”.

Lo dico spesso. Probabilmente troppo spesso.

Lo dico quando saluto qualcuno dopo una serata, quando finisce una vacanza, quando accompagno qualcuno all’aeroporto, quando incontro per caso una persona che non vedevo da mesi o anni. Lo dico al telefono, dal vivo, qualche volta persino per messaggio. Mi viene naturale. Quasi automatico.

E la cosa buffa è che, mentre lo dico, credo quasi sempre di dirlo sul serio.

“Ci sentiamo” non è “addio”. Non lo è mai. È una frase che lascia qualcosa aperto: ci sarà un'altra telefonata, un altro messaggio, un'altra cena, un'altra occasione per raccontarsi cosa è successo nel frattempo.

Poi, naturalmente, la vita fa quello che le riesce meglio: succedono cose.

Si torna al lavoro, ricomincia la scuola, cambiano gli orari, arrivano gli impegni, qualcuno si trasferisce, qualcuno cambia numero di telefono, qualcuno semplicemente prende un'altra strada. E quel “ci sentiamo” resta lì, sospeso da qualche parte tra quello che avremmo voluto e quello che abbiamo effettivamente fatto.

Eppure continuiamo a dirlo.

E questo, a fine estate, forse, è ancora più evidente.

“Ci sentiamo”.

Lo diciamo a chi abbiamo conosciuto in vacanza, agli amici che tornano nella loro città, a quelli con cui abbiamo passato qualche giorno insieme sapendo perfettamente che, una volta tornati a casa, sarà molto più complicato organizzare qualcosa.

Lo diciamo magari mentre ci abbracciamo con ancora addosso la sabbia, o davanti a una macchina pronta a partire con tutto il carico di promesse che vorremmo davvero mantenere.

“Ci sentiamo, eh!”

Quel “eh” è importante. Serve a dare alla frase un'aria di accordo reciproco, quasi fosse un piccolo contratto.

E per qualche minuto ci crediamo davvero.

Poi arriva settembre.

E settembre ha questa pessima abitudine di ricordarci che non tutte le promesse fatte sopravvivono al rientro. Anche se quel “ci sentiamo”, in fondo, non appartiene soltanto alle vacanze.

Lo diciamo alla fine di un percorso, qualunque esso sia. Alla fine della scuola, per esempio.

Quando suona l'ultima campanella, quando si chiude l'ultimo esame, quando ci si saluta davanti a un cancello o fuori da un'aula, sembra impossibile che quella sia davvero l'ultima volta. Abbiamo passato insieme mesi, spesso anni. È difficile immaginare che da domani quelle persone non saranno più una presenza quotidiana.

E allora: “Ci sentiamo”.

Non sappiamo ancora come. Non sappiamo quando. Non sappiamo nemmeno se abbiamo davvero qualcosa da dirci una volta che non ci sarà più un compito, una lezione, un professore o un intervallo a fare da argomento di conversazione.

Ma lo diciamo lo stesso.

Forse perché in quel momento abbiamo bisogno che la fine non sembri troppo definitiva.

Lo stesso succede alla fine di una serata.

La classica pizzata, avete presente?

Una di quelle in cui si passa metà del tempo a mangiare e l'altra metà a cercare di capire i previously che ci siamo persi e che a un certo punto finisce inevitabilmente con qualcuno che dice:

“Dai, la prossima volta organizziamo prima.”.

“Assolutamente.”

“Ci sentiamo.”

E tutti annuiscono.

La prossima volta. Che bellissima invenzione, la prossima volta.

È sempre lì, disponibile, pronta a risolvere qualsiasi separazione senza che nessuno debba ammettere che potrebbe essere l'ultima.

Perché magari sappiamo già che non sarà semplice rivedersi. Magari viviamo in città diverse, abbiamo orari incompatibili, famiglie, lavoro, altri amici, altri impegni. Magari ci conosciamo abbastanza da sapere che siamo tutti pessimi nell'organizzare qualsiasi cosa con più di tre giorni di anticipo.

Eppure diciamo:

“Ci sentiamo.”

E magari, per tutte le ragioni più disparate che possono venire in mente, ci crediamo davvero.

Poi esiste il “ci sentiamo” che non è una promessa, ma una specie di formula di cortesia.

Quello pronunciato quando sappiamo già che probabilmente non ci sentiremo.

“È stato un piacere, ci sentiamo!”

Non significa necessariamente “ti chiamerò”.

Significa più spesso: sono stato bene, mi fa piacere averti incontrato, non voglio che questo saluto suoni come una porta che si chiude.

E chissà, forse non c'è niente di male.

Perché non tutte le persone che incontriamo sono destinate a rimanere nella nostra vita. Alcune sono importanti per una sera, per un'estate, per anni scolastici, per un periodo preciso della nostra vita. Poi le strade si separano.

Non è necessariamente un fallimento.

A volte, semplicemente, le cose finiscono. Il problema è che facciamo una gran fatica a dirlo.

“Addio” è una parola enorme. Definitiva. Quasi drammatica.

“Ci sentiamo”, invece, è piccola, leggera, rassicurante.

Non obbliga nessuno a niente.

E lascia aperta una possibilità.

Anche quando quella possibilità è minuscola.

Anche quando sappiamo che probabilmente non succederà.

Anche quando, a distanza di mesi, ritroviamo quella persona sui social e pensiamo: ah, guarda, esiste ancora. E magari ci viene persino da sorridere ricordando quella volta in cui ci eravamo detti “ci sentiamo”.

Però, sapete, c'è anche un'altra versione del “ci sentiamo”. Quella che funziona davvero. Quella in cui, dopo una settimana, arriva un messaggio: “Ehi, come stai?”

E allora scopriamo che quella frase pronunciata distrattamente alla fine di una serata non era poi così distratta.

Che qualcuno ci aveva creduto.

O forse ci avevamo creduto noi.

Ed è questo che mi piace, alla fine, di queste due parole.

“Ci sentiamo” può voler dire praticamente qualsiasi cosa.

Può significare ti chiamo domani.

Può significare spero davvero di rivederti.

Può significare non so quando, ma mi farebbe piacere.

Può significare è stato bello, ma probabilmente finisce qui.

Può persino significare non so come faremo, ma non voglio salutarti dicendo addio.

E forse proprio per questo continuiamo a usarlo.

Perché non è una promessa precisa. È più una possibilità lasciata sul tavolo.

A volte quella possibilità diventa un messaggio, una cena, una nuova estate, una telefonata arrivata quando ormai non ce l'aspettavamo più.

Altre volte rimane lì.

E forse va bene anche così.

Perché non tutte le persone che ci dicono “ci sentiamo” devono necessariamente tornare a farsi sentire.

Alcune rimangono semplicemente legate a quel momento in cui lo abbiamo detto.

A una sera.

A una scuola finita.

A una stazione.

A un'estate che stava finendo.

A una pizzata in cui, mentre qualcuno raccoglieva i bicchieri dal tavolo, ci siamo guardati e abbiamo detto:

“Ci sentiamo, eh?”

E per un momento, almeno per un momento, ci abbiamo creduto tutti.