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Anche gli hobby devono rendere?

Leggere cento libri l’anno, correre una maratona, imparare una lingua in tre mesi, sfornare il dolce perfetto, coltivare pomodori da concorso. A un certo punto, qualche sera fa, mi è venuto da chiedermi: quando abbiamo deciso che anche il tempo libero dovesse diventare una gara?

A volte mi sembra che non basti più fare qualcosa perché ci piace: dobbiamo migliorare, raggiungere obiettivi e, possibilmente, mostrare i risultati. Se leggiamo, ecco la sfida dei libri. Se corriamo ci sono i tempi e le statistiche. Se impariamo a dipingere, non possiamo limitarci a scarabocchiare, dobbiamo affinare la tecnica, seguire un corso, costruire uno stile riconoscibile. E se decidiamo di dedicarci al giardinaggio, prima o poi qualcuno ci chiederà quanto produciamo.

Naturalmente, non c’è niente di male nel darsi degli obiettivi. La soddisfazione di imparare qualcosa o portare a termine un progetto è una parte stimolante di molti hobby. Il problema nasce quando il risultato smette di essere una possibilità e diventa una condizione necessaria per giustificare il tempo che abbiamo dedicato a un’attività.

È una mentalità che ormai conosciamo bene, sarà che siamo abituati a misurare il valore delle cose attraverso ciò che producono. Il lavoro deve essere produttivo, il tempo deve essere ottimizzato, le giornate devono essere sfruttate al massimo. Persino il riposo rischia di trasformarsi in un investimento: dormire bene per rendere di più, fare attività fisica per essere più efficienti, meditare per gestire meglio lo stress. A furia di cercare modi per migliorare noi stessi, finiamo per trattarci come progetti eternamente incompiuti.

E così il nostro hobby, nato magari per staccare la spina, si ritrova a somigliare pericolosamente a un secondo lavoro. Con tanto di scadenze, aspettative e senso di colpa quando saltiamo un appuntamento con noi stessi. Perché non abbiamo letto abbastanza, non ci siamo allenati, non abbiamo pubblicato quella fotografia o non abbiamo terminato quel progetto.

A complicare le cose c’è anche la vetrina dei social, dove ogni passione può diventare una piccola esibizione ed è facile dimenticare che stiamo osservando una selezione dei risultati che si ottengono, non necessariamente tutte le ore trascorse a sbagliare, annoiarsi o abbandonare qualcosa a metà. Il confronto finisce così per insinuarsi anche negli spazi che dovrebbero appartenerci.

Ma se leggessimo un libro ogni tre mesi? Se dipingessimo male, coltivassimo pomodori rachitici o corressimo senza guardare il cronometro? Se ci dedicassimo a qualcosa per un’intera giornata e, alla fine, non avessimo niente da mostrare, nessun traguardo e nessuna competenza da sfoggiare?

Forse avremmo comunque trascorso del tempo piacevole. Forse avremmo imparato qualcosa, senza accorgercene. Forse ci saremmo semplicemente distratti per qualche ora, che non è poi un risultato così disprezzabile, anzi.

Non tutto ciò che facciamo deve renderci più bravi, più produttivi o più interessanti. Non ogni passione deve diventare una competenza o un contenuto da condividere. Possiamo essere principianti per sempre, cambiare idea, perdere interesse e ricominciare da capo. Possiamo anche fare qualcosa malissimo, purché ci diverta.

E se, per una volta, lasciassimo che il tempo libero fosse davvero libero?

In fondo, un hobby non è un esame da superare. È uno spazio in cui dovremmo poter scegliere cosa fare senza dover dimostrare niente a nessuno.