Lo Zampino
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La Prescrizione Sociale d'Arte

Quando rifletti sui benefici di un’esperienza culturale, probabilmente pensi alla possibilità di impare qualcosa di nuovo, di prenderti la rivincita a Trivial Pursuit o di aumentare le probabilità di superare un concorso pubblico. Lecito, ma se ti dicessi che oggi il tuo medico potrebbe prescriverti di visitare una mostra per migliorare la tua salute?

Il 12 maggio 2026, a pochi giorni dalla firma del protocollo d’Intesa tra Ministero della Cultura e Ministero della Salute avvenuta il 29 aprile 2026, la Fondazione Compagnia di San Paolo ha presentato i risultati della prima indagine nazionale (svoltasi nel 2025) sulla prescrizione sociale in ambito culturale, realizzata su iniziativa del Cultural Welfare Center, il primo centro di competenza multidisciplinare italiano dedicato al legame tra Cultura e Salute.

La prescrizione sociale nasce nel Regno Unito degli anni Novanta e ad oggi consente ai professionisti del settore sanitario di indirizzare i propri pazienti verso risorse e attività non cliniche, per soddisfare bisogni come quelli di socialità, esperienza e appartenenza. E nell’ultimo periodo è in forte crescita il ricorso alla prescrizione di pratiche artistiche e culturali.

La ricerca richiama come termine di paragone il lavoro portato avanti dall’OMS e alcune delle più consolidate esperienze a livello internazionale.
Il modello più strutturato è, appunto, quello britannico: nel Regno Unito la social prescribing è perfettamente integrata nel sistema sanitario pubblico attraverso migliaia di link worker attivi (nuova figura professionale specificatamente prevista per la prescrizione sociale come “ponte” tra i pazienti e le risorse messe a disposizione dalla comunità) e milioni di invii verso attività culturali e sociali.

Non si tratta della mera partecipazione ad attività ricreative: oltre a musei e biblioteche anche i laboratori creativi, le letture condivise, i processi creativi e le passeggiate culturali entrano a far parte di nuove strategie sanitarie, accanto ai percorsi tradizionali, orientate al supporto psicologico, al contrasto alla solitudine e alla promozione del benessere relazionale.

Questa in Italia non è un’utopia.

Il rapporto redatto dalla Fondazione, disponibile online, racconta un ecosistema molto più ampio di quanto si immagini: oltre 900 organizzazioni censite e più di 600 esperienze di prescrizione sociale culturale diffuse sul territorio italiano.

Le attività oggetto della prescrizione sono, dunque, varie e organizzate secondo un ordine gerarchico che dà la priorità agli effetti sulla parola, l’ascolto e il movimento, facendo seguire quelle che agiscono sull’espressione del sé e sulla coesione di gruppo. Inoltre, non si limitano ad erogare esperienze di "ben-essere" ma permettono ai pazienti anche di elaborare capacità e competenze che durino al di là della prescrizione.

A fronte del dialogo attivo con i modelli internazionali, la ricerca evidenzia l’intenzione di costruire un modello italiano tailor made, fondato sulla densità e capillarità del patrimonio culturale, sul ruolo del Terzo Settore e sulla dimensione relazionale e comunitaria dei territori: le centinaia di organizzazioni che hanno aderito al censimento sono il punto di partenza.

L’Italia oggi è in una fase di transizione: il welfare culturale non è più una sperimentazione marginale, ma non è ancora sufficientemente strutturato.
Esistono già pratiche solide, reti territoriali, protocolli sperimentali e collaborazioni tra cultura, salute e sociale. Allo stesso tempo, emergono criticità evidenti: disuguaglianze territoriali, assenza di coordinamento nazionale, fragilità economica dei progetti e difficoltà nella valutazione dell’impatto.

Nonostante gli evidenti nodi critici, la ricerca offre prospettive future significative e stimolanti:
— integrazione della prescrizione sociale nelle Case di Comunità e nella sanità territoriale;
— sviluppo di nuove professionalità ibride tra cultura, welfare e salute;
— costruzione di sistemi condivisi di monitoraggio e valutazione;
— maggiore collaborazione tra istituzioni culturali, università, enti sanitari e comunità locali;
— riconoscimento della partecipazione culturale come determinante di salute e qualità della vita.

La domanda oggi non è più se la cultura possa effettivamente produrre benessere, poiché appare ormai evidente, ma piuttosto se saremo capaci di considerarla una componente strutturale delle politiche pubbliche del futuro. Questa riflessione non riguarda solo il settore culturale, ma il modo in cui noi stessi immaginiamo il welfare del futuro.

Perché «il welfare culturale italiano non ha bisogno di essere inventato, ha bisogno di essere riconosciuto da chi finanzia, sostenuto da chi governa e reso più solido da chi lo pratica».