Il Carnevale affonda le sue radici nell’antichità, in feste pagane legate al ciclo delle stagioni e alla fertilità.
Già nel mondo greco e romano esistevano feste rituali legate alla fine dell’inverno e al rinnovamento della natura. In particolare, tra il II secolo a.C. e il III secolo d.C., durante i Saturnali romani, l’ordine sociale veniva simbolicamente rovesciato: gli schiavi potevano comportarsi da uomini liberi, i padroni servivano a tavola e il gioco, lo scherzo e la derisione erano non solo ammessi, ma incoraggiati.
Con l’avvento del Cristianesimo, il Carnevale si è collocato nel periodo che precede la Quaresima, diventando uno spazio di eccesso e libertà prima del tempo della rinuncia.
Tra il XII e il XV secolo, soprattutto nelle città europee, il Carnevale assunse una forma più strutturata: comparvero feste pubbliche, cortei, maschere e scherzi collettivi. In questi giorni era tollerata una temporanea sospensione delle regole morali e sociali.
Dal Rinascimento fino al XVIII secolo, il Carnevale raggiunse il suo massimo splendore. Le maschere avevano un ruolo centrale: esse permettevano l’anonimato e quindi l’inversione dei ruoli: nobili e popolani si mescolavano, il potere veniva deriso attraverso satire e beffe, e gli scherzi potevano essere anche pungenti o provocatori. Il riso, la burla e il travestimento avevano una funzione sociale precisa: rovesciare simbolicamente l’ordine, anche solo per pochi giorni, per poi ristabilirlo.
Oggi il Carnevale ha in gran parte perso questa carica sovversiva. È vissuto soprattutto come una festa popolare, colorata e ludica, dedicata ai bambini, alle sfilate e al turismo. Le maschere restano un simbolo importante, ma hanno più una funzione estetica che sociale; sono diventate un’espressione di creatività, memoria storica e divertimento: non servono più a rovesciare l’ordine, bensì a celebrare la fantasia e la tradizione. Rimane però, anche in forma attenuata, l’eco di quel bisogno antico di evasione e di libertà collettiva.